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Hiroshima & Nagasaki
- Days to remember
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http://www.city.hiroshima.jp/shimin/heiwa/declaration.html
Esteri - dal Corriere della Sera Web - 09 ago 07:40 Giappone: sindaco di Nagasaki invita Usa a eliminare ordigni nucleari
NAGASAKI (Giappone) - Il sindaco della citta' giapponese di Nagasaki, Iccho Ito, ha invitato il popolo degli Stati Uniti a mobilitarsi con deteminazione per l'eliminazione degli ordigni nucleari ricordando che la politica dell'amministrazione americana di sviluppare armi atomiche in miniatura non assicurera' certo una maggiore sicurezza collettiva. Ito ha tenuto il suo discorso in occasione del sessantesimo anniversario delle azioni armate statunitensi nella seconda guerra mondiale contro i cittadini di Nagasaki. (Agr)
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2003 08 06 in Gorizia - Italy a
particular moment to remember...
-----Messaggio originale-----
Da: news-request@peacelink.it
[mailto:news-request@peacelink.it] Per conto
di Alessandro Marescotti
Inviato: venerdì 5 agosto 2005 0.23
A: educazione@peacelink.it; news@peacelink.it
Oggetto: I restroscena di Hiroshima e Nagasaki
Hiroshima e Nagasaki furono necessarie?
Alcune informazioni storiche per smontare un luogo comune
Hiroshima e Nagasaki dolorose ma necessarie. E' questa l'opinione diffusa
fra chi ha studiacchiato la storia. Si dice che l'impiego della bomba
atomica abbia alla fine fatto risparmiare vite umane non solo agli
americani e ai loro alleati, ma anche agli stessi giapponesi.
Questa tesi ricalca in sostanza quella di Churchill secondo il quale l'uso
delle bombe atomiche e i conseguenti 200 mila morti fu giustificato
dall'esigenza di risparmiare almeno un milione di vite umane fra le truppe
angloamericane e molte vite umane fra gli stessi giapponesi. Scrisse
infatti Churchill nelle sue memorie: "Il popolo giapponese poteva
trovare nell'apparizione di quest'arma quasi soprannaturale una scusa tale
da salvare il proprio onore e liberarlo dall'obbligo di farsi uccidere
fino all'ultimo uomo".
Quindi la bomba atomica avrebbe reso un utile servizio sia agli
angloamericani sia ai giapponesi, risparmiando (paradossalmente) vite
umane fra i giapponesi e abbreviando le sofferenze per tutti.
Quelle di Hiroshima e Nagasaki furono quindi "bombe umanitarie"?
No. Lo storico B.Liddell Hart, nella sua "Storia del mondo moderno -
la Seconda Guerra mondiale" (Garzanti), documenta che il Giappone era
sul punto di arrendersi. Le bombe atomiche furono dunque lanciate non
perche' la guerra rischiava di prolungarsi troppo a lungo ma per due
considerazioni prioritarie:
1) la bomba atomica voleva essere la dimostrazione all'URSS del possesso
di un'arma che sanciva la superiorita' militare americana;
2) gli Stati Uniti volevano far presto in modo che i russi non potessero
accampare meriti per la sconfitta del Giappone.
Quest'ultimo punto e' poco conosciuto e merita un approfondimento.
E' interessante raccontare un retroscena "segreto" - come
documenta il testo di Liddel Hart - e cioe' che gli americani erano venuti
a conoscenza del desiderio del Giappone di mettere porre fine alla guerra
e di arrendersi.
Perche' allora lanciare bombe atomiche su una nazione che stava per
arrendersi?
Il Giappone aveva infatti deciso di mandare a Mosca il principe Konoye per
i negoziati di pace. Gli americani tramite i servizi segreti
intercettarono e lessero (con il codice "magic") i messaggi del
ministro degli esteri giapponese all'ambasciatore giapponese a Mosca.
"Ma il presidente Truman, - scrive lo storico B.Liddell Hart - e la
maggior parte dei suoi consiglieri erano tanto desiderosi di accelerare il
crollo del Giappone, quanto lo era Stalin di entrare in guerra contro il
Giappone prima che essa finisse, per assicurarsi una posizione vantaggiosa
nell'Estremo Oriente". Per sbarrare la strada a Stalin ed essere
primi e unici vincitori sul Giappone, Truman diede ordine di lanciare le
bombe atomiche. Quindi quelle vittime giapponesi innocenti furono
liquefatte non da "bombe umanitarie" ma da una cinica corsa che
vide Usa e Urss fare a gara a vincere sull'ormai fragilissimo Giappone.
Alla luce di cio', le argomentazioni di Churchill appaiono
"vere" quanto le parole del presidente americano Truman il quale
dichiaro' al mondo che le due bombe atomiche avevano colpito obiettivi
militari. Falso: colpirono solo due cittadine inermi e prive di
installazioni belliche.
Su una cosa invece Churchill fu invece estremamente sincero e cioe' quando
disse: "In tempo di guerra la verita' e' cosi' preziosa che dovrebbe
essere protetta costantemente da un velo di bugie". Parole verissime.
Come insegnante sento il dovere di invitare a ripudiare la profonda
immoralita' del fuoco che sciolse donne, bambini e uomini innocenti, e di
dire ai giovani: mai piu' l'olocausto nucleare.
Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
Per altre informazioni clicca sulla storia della pace
http://italy.peacelink.org/storia
Hiroshima
– Nagasaki / Agosto 2002
Quante
armi l’uomo è riuscito a costruirsi per belligerare contro se stesso o
i suoi simili?
Dalla
clava alla polvere da sparo, dal fucile a ripetizione alla mitragliatrice,
persino il telefono, la radio furono strumenti d’uso militare e il tutto
per essere i più forti, i vincenti di questa o quella battaglia e della
guerra.
Per
poi contare gli eroi nei campi santi, ricostruire paesi e città e
soprattutto il tessuto sociale della popolazione, martire anch’essa.
Il
conflitto, che divora intere generazioni, altro non è la nostra incapacità
di superare i tanti pregiudizi che c’incatenano alla facile
generalizzazione, al poco sapere e alla paura del diverso, dello
straniero.
È
questo l’essere umano? È questa la sua condizione?
A
leggere i giornali sembra che la terra sia un campo di battaglia perenne:
la Terra Santa, l’Africa umiliata, prima, dal colonialismo ed ora dalle
grandi multinazionali, la crisi dei tanti paesi che dopo la caduta del
muro di Berlino si ritrovano a rimodellare i loro interessi ed infine le
nuove crociate dove la religione diventa, nuovamente, la bandiera di
combattimento.
Il
giorno 6 agosto eravamo “tutti noi“ al parco delle Rimembranze, a
Gorizia, per ricordare quel giorno di tanti anni fa.
Un
incubo di proporzioni inimmaginabili. Una catastrofe senza precedenti. Una
strage che rase al suolo la città, rendendo l'intera regione una terra di
nessuno per anni.
Quando
si parla della bomba atomica su Hiroshima, qualsiasi parola non basta,
qualsiasi frase sembra inadeguata. Eppure una sola bomba e tutto finì nel
giro di pochi secondi.
La
nuova realtà della guerra si era manifestata. Il popolo del pianeta terra
aveva superato un altro gradino, la ricerca aveva dato il suo nuovo frutto
mortale.
Non
erano tutti d’accordo i politici e i tanti scienziati, del tempo,
nell’usare quell’ordigno, gli effetti erano già noti, un esperimento
nel deserto del Messico aveva dimostrato tutto il potenziale distruttivo
di quell’arma.
Poi
ci fu Nagasaki, un’altra vittima da sacrificare per il progresso
scientifico?
Ed
oggi si riparla, con troppa facilità, delle atomiche da usare in caso di
necessità.
Come
uscire da questo distorto cammino? Quale speranza per il futuro? Ci
potrebbe essere una pace permanente o questa è la solita utopia
irrealizzabile?
Pace
e guerra sono legate da uno stesso filo conduttore l’una esclude
l’altra ed entrambe si susseguono in un gioco altalenante.
Dobbiamo
trovare un’alternativa, una via che permetta di superare questa dualità.
”Tra
cinquemila anni ci saranno i bambini?”, forse si forse no ma tra le
tante risposte, a questa domanda, ce n’è una che afferma: “Nel nostro
mondo si!”.
In
questo caso l’utopia potrà trasformarsi in progetto e il progetto in
risultato.
“Bambini e Bambine del Futuro” (BBF per chi lo conosce) è l’utopia
possibile, perché i nostri pensieri e le azioni si finalizzano per questa
meta, dove l’Umanità continuerà ad essere la nostra storia
nell’Universo.
Renato
Elia
"Women in the mirror" di Kiju
Yoshida rompe attraverso
lo sguardo delle donne il tabù della bomba atomica
Il Giappone squarcia il velo sulla tragedia di Hiroshima
dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE -
REPUBBLICA WEB 23/05/2002
CANNES - Un
incubo di proporzioni inimmaginabili. Una catastrofe senza precedenti. Una
strage che rase al suolo una città, rendendo l'intera regione una terra
di nessuno per gli anni a venire. Quando si parla della bomba atomica su
Hiroshima, qualsiasi parola non basta, qualsiasi frase sembra inadeguata.
Forse per questo si tratta di un argomento poco esplorato, perfino sul
grande schermo. Ora però, qui al Festival, arriva un film (fuori
concorso) che squarcia il velo sulla Tragedia del Giappone, con la
"t" maiuscola: si chiama Women in the mirror (donne allo
specchio), ed è diretto da un regista veterano del Sol Levante, Kiju
Yoshida.
Ma, prima di parlare del film, bisogna fare un passo indietro di 57 anni.
Correva l'anno 1945, gli alleati avevano vinto in Europa, ma il Giappone
alleato di Hitler, seppure in ginocchio, non si arrendeva. Continuavano
gli attacchi kamikaze nel Pacifico: e anche la cronaca di oggi ci insegna
che contro questo tipo di guerra difendersi è quasi impossibile. E allora
il presidente americano dell'epoca, Harry Truman, prese una decisione
"storica": fece premere il bottone nucleare, sganciò la bomba
atomica sulla città di Hiroshima. Era il 6 agosto, quando, alle 8,15 del
mattino, il terribile "fungo" sovrastò la zona. Non sopravvisse
nulla, nessuna forma di vita trovò scampo. Poi toccò a Nagasaki.
Un evento talmente enorme che in 57 anni di cinema, sono solo due le
pellicole importanti, note a livello internazionale, che ne parlano. Una
è Hiroshima mon amour di Alain Resnais, l'altra Pluie noire
di Shohei Imamura. Ecco perché, adesso, Women in the mirror
suscita scalpore. La vicenda è ambientata in epoca contemporanea. Una
donna anziana vive a Tokyo con sua nipote. Un giorno, viene a sapere che
sua figlia Masako, scomparsa 24 anni prima senza lasciare tracce, è stata
ritrovata. Non ricorda nulla, soffre insomma di amnesia, ma ripete
ossessivamente una parola: Hiroshima. E così nonna e nipote capiscono
che, per risolvere l'enigma, devono compiere un viaggio in quella città,
simbolo di sofferenza per tutti i giapponesi. Per tentare di ricostruire
un passato rimosso.
Un'ottica tutta femminile, dunque, per parlare della tragedia e dei suoi
riflessi sul presente. "Quando ho cominciato", racconta il
regista sessantanovenne, "mi sono chiesto: ho il diritto di
affrontare il tema della bomba sganciata su Hiroshima? Sono i morti che ne
avrebbero il diritto, io che sono sopravvissuto forse no. Ecco perché,
pur avendo la voglia di farci un film da mezzo secolo, sentivo in me una
certa reticenza". Solo sette anni fa, durante le celebrazioni per il
cinquantennale, "decisi di cominciare a lavorarci".
Ed ecco il risultato. Che arriva molto dopo l'ultimo film dell'autore,
datato 1988. Forse perché solo Hiroshima poteva spingere un anziano
giapponese, veterano del cinema, a rompere il muro del silenzio. E
l'impatto, sul grande schermo, è forte: sia perché il film è girato in
parte nella città, sia perché Yoshida ha scelto consapevolmente di non
utilizzare computer ed effetti digitali per mostrare l'impatto della
bomba. Preferendo affidarsi ai vecchi filmati dal vivo e alle foto
d'epoca: e guardare quelle immagini, nel buio della sala, provoca un
brivido di orrore.
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